Il messaggio di Gandhi ai vegetariani


Il messaggio di Gandhi ai vegetariani
di NICO VALERIO

Il messaggio di Gandhi ai vegetariani: devono avere tolleranza e coerenza morale

Il 2 ottobre è la data di nascita di Mohandas K. Gandhi, nato il 2 ottobre 1869 a Porbandar (nel Gujarat, India dell’ovest), morto a Nuova Delhi il 30 gennaio 1948 per mano di un fanatico indu.

Già quando era in vita, il nome di Gandhi era preceduto dall’appellativo di venerazione “Mahatma” (grande anima, in sanscrito), su suggerimento del poeta indiano R. Tagore e del mistico e filosofo Shri Aurobindo.

In India la sua data di nascita è giorno festivo.

Gandhi è considerato uno dei più grandi uomini dell’epoca moderna. E’ stato filosofo morale, politico e guida spirituale dell’India per molti decenni, teorico della non-violenza (ahimsa), vegetariano, fautore di una vita semplice, al limite dell’ascetismo.

Come vegetariano fa parte della bella lista dei grandi uomini vegetariani, alcuni dei quali suoi contemporanei, come Leone Tolstoi, Albert Einstein, G.B.Shaw e Albert Schweitzer.

«Le generazioni a venire crederanno a fatica che un individuo in carne e ossa come questo ha camminato su questa terra» disse di lui con ammirazione lo scienziato Einstein.

Ed è paradossale che il giovane Gandhi provenendo dall’India, allora molto più di oggi vegetariana, solo dopo essersi stabilito a Londra per studiarvi da avvocato (1886) abbia ripreso la tradizione vegetariana di famiglia, che aveva interrotto.

Merito – racconta lui stesso nella autobiografia La mia vita per la libertà - dei ristoranti vegetariani che già alla fine dell‘800 esistevano nella capitale inglese. Divenne socio della Vegetarian Society.

Come teorico della non-violenza, ebbe grande influenza sui movimenti di liberazione e di opposizione libertaria. Dopo la sua scomparsa, dagli anni 50 in poi, si ispirarono al suo metodo molti esponenti della cultura e della politica, come Martin Luther King, Nelson Mandela, Aldo Capitini, Aung San Suu Kyi ecc.

Ma il giorno dopo l’anniversario gandhiano, il 3 ottobre, bella coincidenza, si celebra la Giornata Mondiale del Vegetarismo.

I vegetariani, sia moderati (lacto-vegetarian o lacto-ovo-vegetarian,, sia radicali, cioè vegan (solo cereali, legumi, verdure, frutta e semi oleosi), stanno aumentando ovunque, anche in Italia.

Una circostanza assolutamente positiva, anche se riteniamo molto sovrastimati i dati diffusi dai giornali sulle indagini demoscopiche al riguardo (5 milioni su 60 milioni! Un dato impossibile, che stride con la nostra esperienza quotidiana: conosciamo pochissimi vegetariani).

Come mai? Probabilmente per motivi psicologici e commerciali che stanno dietro il meccanismo stesso dell’inchiesta demoscopica. Esiste, infatti, una diffusa tendenza potenziale, specialmente tra i giovani e le donne, al cibo non-violento, quello cioè che non richiede l’uccisione degli animali.

Quando ad un giovane già sensibilizzato o animalista l’intervistatore chiede se è vegetariano o se almeno lo sta diventando, o se è utente o vorrebbe diventare utente di negozi “bio”, ecco che il giovane è portato a rispondere in buona fede di sì. Perché vorrebbe diventarlo. Perché apprezza questi valori.

E’ un desiderio, anzi un proponimento, più che una realtà. O è una decisione che ha appena preso lo è appena diventato, e lo sarà per qualche settimana o mese.

Inoltre esistono motivi commerciali che spingono a ideare questionari capaci di dare cifre elevate. Le rilevazioni sociologiche sono quasi sempre pensate su commissione di aziende o settori produttivi.

Ed è noto che esiste un lucroso business attorno al pubblico vegetariano e “bio”, spesso molto consumista (altro che Gandhi!) e poco critico verso le vanterie della pubblicità.

Un mercato, perciò, che fa gola alle ditte produttrici che si sono gettate a capofitto sull’alimentazione alternativa, alla faccia del Mahatma e della sua purezza anti-consumistica.

Insomma, che i vegetariani italiani siano 500 mila o 5 milioni, troviamo davvero poco “gandhiani” e poco coerenti, per stare al messaggio di Gandhi, non solo tutte le mistificazioni sul vegetarismo, ma anche i tanti vegan o vegetariani aggressivi ed estremisti che vorrebbero costringere gli altri alla dieta “perfetta”, secondo loro.

Il Mahatma ha sempre raccomandato, invece, di non seminare odio, neanche attraverso il perfezionismo. E infatti era il primo a confessare i suoi difetti, anche in tema di vegetarismo.

Per tanti motivi, insomma, l’anniversario di Gandhi e la Giornata mondiale vegetariana sono una coincidenza che va sottolineata.

Per ricordare i due eventi, riportiamo di seguito il discorso tenuto da Gandhi alla Società vegetariana di Londra il 20 novembre 1931.

«Sig. Presidente, colleghi vegetariani e amici, non c'è bisogno che vi dica il piacere che ho provato quando ho ricevuto l'invito a questo convegno, perché mi ha rinfrescato vecchie memorie e ricordi di belle amicizie formate con vegetariani.

Sono particolarmente onorato di trovare alla mia destra il Sig. Henry Salt. Proprio il libro di Salt ‘La giustificazione del vegetarismo’ mi ha dimostrato perché, a parte un'abitudine ereditaria e a parte il rispetto per un voto impostomi da mia madre, era giusto essere vegetariano.

E' stato lui a dimostrarmi perché era un dovere morale che toccava ai vegetariani quello di non vivere a spese dei nostri compagni animali. E' pertanto per me un piacere ulteriore trovare il Sig. Salt in mezzo a noi.

Non intendo rubare il vostro tempo esponendovi le mie varie esperienze di vegetarismo e nemmeno voglio raccontarvi le grandi difficoltà con cui mi sono confrontato nella stessa Londra per rimanere fedele al vegetarismo, ma vorrei condividere con voi alcune delle riflessioni che sono maturate in me in relazione al vegetarismo.

Quarant'anni fa avevo l'abitudine di legare facilmente con altri vegetariani. A quell'epoca non c’era quasi nessun ristorante vegetariano a Londra che io non avessi visitato. Mi ero infatti prefissato di visitarli tutti, sia per curiosità che per studiare le possibilità del vegetarismo e dei ristoranti vegetariani a Londra.

Naturalmente, quindi, ero venuto in stretto contatto con molte persone vegetariane. Mi resi conto che a tavola le conversazioni spesso riguardavano il cibo e le malattie, e che i vegetariani che si sforzavano di rimanere saldi nel loro vegetarismo lo trovavano difficile dal punto di vista della salute.

Non so se al giorno d'oggi abbiate di queste discussioni, ma all'epoca io partecipavo a discussioni tra vegetariani e anche tra vegetariani e non-vegetariani. Mi ricordo una di queste discussioni, tra il Dott. Densmore e il defunto Dott. T. R. Allinson. Allora i vegetariani avevano l'abitudine di non parlare di altro se non di cibo e malattie, ma io credo che questo sia il modo peggiore di occuparsi della questione, e mi rendo conto anche che proprio coloro che diventano vegetariani perché sono affetti da questa o da quella malattia - ossia, solamente per una motivazione salutistica - poi in buona parte tornano indietro.

Mi sono reso conto che per rimanere fedeli al vegetarismo è necessaria una base morale.

Per me quella fu una grande scoperta nella mia ricerca della verità. Già in giovane età, nel corso delle mie sperimentazioni, mi resi conto che una base egoistica non sarebbe servita allo scopo di elevare l'uomo sempre più in alto lungo i percorsi evolutivi.

Ciò che serviva era uno scopo altruistico.

Mi resi anche conto che la salute non era affatto monopolio dei vegetariani. Trovai molte persone che non avevano pregiudizi in un senso o nell'altro e trovai che in genere i non-vegetariani potevano godere di buona salute. Mi resi anche conto che per parecchi vegetariani era impossibile rimanere tali perché avevano fatto del cibo un feticcio e perché pensavano che diventando vegetariani avrebbero potuto mangiare lenticchie, fagiolini, fagioli e formaggio a sazietà.

Ovviamente per queste persone non era possibile conservare una buona salute.

Riflettendo su questi temi, conclusi che un uomo dovrebbe mangiare con frugalità e ogni tanto digiunare. In effetti nessun uomo o donna mangiava davvero con moderazione o consumava solo la quantità di cibo richiesta dal corpo. Siamo facili prede delle tentazioni del palato, e quindi quando qualcosa ha un gusto delizioso non ci preoccupiamo di prendere un boccone o due in più. Ma non ci si può mantenere in salute in queste condizioni. Pertanto mi resi conto che per mantenersi sani, non importa quanto si mangiasse, era necessario ridurre la quantità di cibo e il numero dei pasti, diventare moderati, sbagliare in difetto piuttosto che in eccesso.

Quando invito degli amici a condividere il cibo con me non li forzo mai a prendere nulla se non quello che desiderano. Al contrario, dico loro di non prendere una cosa se non la vogliono.
Ciò che voglio farvi notare è che i vegetariani devono essere tolleranti se vogliono convertire altri al vegetarismo. Adottiamo un po' di umiltà. Noi dovremmo fare appello al senso morale delle persone che non hanno le nostre stesse idee.

Se un vegetariano si ammalasse, e un dottore gli prescrivesse brodo di manzo, allora io non lo chiamerei vegetariano. I vegetariani sono fatti di materiale più robusto. Perché? Perché il vegetarismo riguarda la costruzione dello spirito, non del corpo. L'uomo è qualcosa di più che carne. E' la spiritualità dell'uomo ciò di cui ci occupiamo.

Perciò la base morale dei vegetariani dovrebbe essere la consapevolezza che gli uomini non sono nati carnivori ma per vivere della frutta e delle piante che crescono sulla terra. So che tutti facciamo degli errori. Io rinuncerei al latte se potessi, ma non ci riesco. Ho provato moltissime volte, ma non riuscirei a recuperare le forze dopo una malattia seria senza tornare al latte. Questa è stata la tragedia della mia vita. Ma la base del mio vegetarismo non è fisica, bensì morale.

Se qualcuno mi dicesse che morirei se non prendessi del brodo di manzo o di montone, anche su prescrizione medica, io preferirei la morte. Questa è la base del mio vegetarismo.

Mi piacerebbe pensare che tutti noi che ci definiamo vegetariani avessimo quella base. Ci sono stati migliaia di carnivori che non sono rimasti tali. Ci deve essere un preciso motivo per fare quel cambiamento nelle nostre vite, per adottare usi e costumi diversi da quelli prevalenti nella nostra società, anche se a volte quel cambiamento può urtare le persone a noi più vicine e più care. Per nulla al mondo bisognerebbe sacrificare un principio morale.

Pertanto il solo fondamento per avere una società vegetariana e per proclamare un principio vegetariano è, e deve essere, di tipo morale. Io che vado in giro per il mondo non sono qui per dirvi che in genere i vegetariani godono di una salute molto migliore rispetto ai carnivori.

Appartengo ad un paese che è prevalentemente vegetariano per abitudine o per necessità, pertanto non posso testimoniare che questo mostri una resistenza, un coraggio o un'esenzione dalle malattie molto maggiori, perché è una cosa specifica, personale. Richiede obbedienza, scrupolosa obbedienza, a tutte le leggi dell'igiene.

Pertanto, credo che quello che i vegetariani dovrebbero fare non è enfatizzare le conseguenze fisiche del vegetarismo, ma esplorarne le conseguenze morali. Anche se non abbiamo ancora dimenticato che abbiamo molte cose in comune con le bestie, non ci rendiamo abbastanza conto che ci sono determinate cose che ci differenziano da esse.

Ovviamente, abbiamo esempi di vegetarismo nella mucca e nel toro - che sono vegetariani migliori di noi - ma c'è qualcosa di più elevato che ci chiama al vegetarismo. Pertanto ho pensato che, nel tempo in cui mi concedo il privilegio di parlarvi, vorrei semplicemente enfatizzare il fondamento morale del vegetarismo.

E vorrei dire che ho appurato dalla mia stessa esperienza, e dall'esperienza di migliaia di amici e compagni, che essi sono appagati, per quanto riguarda il vegetarismo, dal fondamento morale che hanno scelto per mantenere la loro scelta. In conclusione, ringrazio tutti voi per essere venuti e per avermi permesso di incontrarvi viso a viso.

Non posso dire che fossi abituato a vedervi quaranta o quarantadue anni fa. Immagino che i volti della Società Vegetariana di Londra siano cambiati, sono pochissimi i membri che, come il Sig. Salt*, possono vantare una partecipazione alla Società che supera i quarant'anni».

GANDHI

*Henry S. Salt, oggi dimenticato, era stato vice-direttore all’Università di Eaton dal 1875 al 1884 e segretario onorario della Lega Umanitaria dal 1891 al 1919. Vegetariano per oltre 50 anni, aveva circa 80 anni al momento del discorso di Gandhi. Riteneva la società umana ancora primitiva, come mostra il polemico titolo d’un suo libro scritto a settant’anni: Settant'anni tra i selvaggi.

fonte:bibliothe

Psiche e Coscienza



Senza il risanamento della psiche, la conoscenza del sé e la realizzazione spirituale sono solo un miraggio poiché le rappresentazioni mentali distorte, oltre a generare pesanti squilibri e gravi patologie sul piano psicofisico, impediscono di accedere alla visione della Realtà.

Per questo motivo la cura della mente deve essere parte integrante e indispensabile di un progetto globale di rieducazione che abbia per scopo ultimo la realizzazione spirituale.

Per modificare gli automatismi mentali dobbiamo intervenire sui contenuti psichici; per intervenire sui contenuti psichici è indispensabile modificare le abitudini, cominciando dal cibo che forniamo alla mente. La mente, come il corpo, va nutrita.

C'è quindi un cibo per il corpo ed un cibo per la mente; in entrambi i casi è necessario un processo digestivo che può essere più o meno facile: vi sono infatti alimenti indigesti che producono tossine e originano malattie e alimenti sani e nutrienti che danno vigore e lucidità al complesso fisico e a quello mentale.

Finché non cambia il cibo con cui nutriamo la mente, essa non può cambiare i propri modelli di comportamento. La coscienza condizionata è come un campo: il campo mentale (citta); quel che seminiamo in questo campo è destinato a crescere e inevitabilmente a dare frutti, nel bene e nel male.

La mente si nutre di tre tipi di cibo:

  • il primo è quello che nutre anche il corpo fisico, 
  • il secondo è costituito da impressioni, emozioni e pensieri,nutrimento quantomai importante e delicato, da cui dipende la salute della sostanza psichica; 
  • il terzo e più importante sono i guna, gli elementi strutturanti dell'universo, i fondamenti sottili della materia i quali, pur essendo indistruttibili ed ineliminabili, possono essere trasformati nei loro reciproci rapporti di forza. 
La mente, infatti,attraverso il cibo fisico, le impressioni e la progressiva trasformazione dei guna, può gradualmente migliorare la propria caratteristica dominante passando da tamas a rajas e da rajas a sattva.

Secondo la tradizione Vedica, la più sicura ed efficace via per la trasformazione migliorativa del carattere è costituita dalla compagnia di persone sante le quali, in forza del loro personale esempio, ispirano modelli di vita puramente sattvica.

Fino a tempi recentissimi gli esperti delle neuroscienze affermavano che ogni giorno nell'organismo umano muoiono circa cento milioni di neuroni destinati a non rigenerarsi più.

Oggi quest'affermazione è messa in dubbio; un fatto è comunque certo: che tale processo viene accelerato da abitudini scorrette, purtroppo assai diffuse, come ad esempio l'uso di intossicanti. In Italia muoiono 80mila persone all'anno per i danni provocati dal fumo e 40mila a causa dell'alcool.

Anche senza voler considerare i casi limite, l'assunzione di eccitanti di qualsiasi tipo, da quelli apparentemente innocui, come la caffeina, ai più dannosi, come gli oppiacei, non può che turbare l'equilibrio psicofisico della persona che, dopo un'iniziale eccitazione, piomba in uno stato di profonda depressione, malattia oggi non a caso largamente diffusa (quattrocento milioni nel mondo solamente i casi diagnosticati).

Ciò porta di conseguenza all'insorgere di gravi disturbi del fisico e della personalità: nevrosi, psicosi e demenza senile, oggi tutti in continua crescita.


L'Ayurveda spiega in maniera accurata e scientifica come ogni scorretta abitudine di vita comprometta la salute del corpo e della mente. La sovralimentazione, ad esempio, è una delle cause principali dell'invecchiamento precoce e di tante altre malattie: tutto quel che mangiamo in più rispetto al nostro fabbisogno, si trasforma in veleno.

Altrettanto deleteria è la tendenza opposta, quella che porta ad assumere una quantità di cibo al di sotto delle nostre necessità.

Ad uno sguardo superficiale le conseguenze di questo e di numerosi altri comportamenti passano pressoché inosservate, ma queste azioni, ripetute nel tempo, si trasformano in abitudini, che finiscono per determinare la struttura psicofisica di un individuo, il suo carattere e quindi la qualità della sua vita, presente e futura.

L'insoddisfazione, l'avidità, l'invidia, la collera, la paura ed altri sentimenti negativi sono tutti prodotti dell'ego, riflessi di ahamkara, la percezione distorta di sé.

Quando la coscienza di un individuo è integralmente proiettata all'esterno, percezioni ed emozioni si modificano di continuo, a seconda degli eventi e delle circostanze; ciò provoca un alternarsi estenuante e penoso di eccitazione e depressione, esse stesse malattie e a loro volta causa di molti altri mali.

Quando invece la coscienza è rivolta interiormente e il fulcro è il sé spirituale, qualsiasi cosa accada all'esterno non turba più: la concentrazione sulla realtà, quella immutabile, trascendente, consente di sperimentare un profondo benessere, fino alla beatitudine che scaturisce dalla piena consapevolezza della nostra natura profonda e di quella del fenomenico.

I Veda spiegano che esistono tre livelli di mente: manas, la mente esteriore, sensoriale, lo strumento del pensare superficiale, con funzione totalmente estrovertita; buddhi, la mente intermedia o intelligenza e cittah, la mente profonda e inconscia, talvolta definita coscienza condizionata.

Quest'ultima è sicuramente molto più vicina al sé spirituale di quanto non lo siano le prime due ma non per questo rappresenta il più alto livello di consapevolezza: quando si parla di mente profonda siamo infatti ancora nell'ambito di ahamkara, la coscienza riflessa o, appunto, condizionata; la pura coscienza è situata oltre, al di là di spazio e tempo e quindi al di là di ogni pur sottile identificazione con il fenomenico.

La mente sensoriale è estremamente mutevole e fallibile, in quanto sempre soggetta all'interazione dei sensi con i loro oggetti. I sensi riversano all'interno della mente superficiale fiumi di informazioni e di sensazioni, generando un susseguirsi incessante di impressioni e di desideri legati al mondo del divenire e perciò estranei alla vera natura e felicità dell'essere.

L'individuo che non percepisce la realtà situata oltre manas, rimane irretito, travolto da questo flusso di impressioni (vritti) e di desideri e tenta di appagarli sottoponendosi a fatiche, privazioni, sofferenze; ma la sua disperata ricerca di felicità è destinata a rimanere frustrata.

Quando la persona prende nuovamente coscienza della sua identità profonda, quella spirituale, diventa capace di discriminare tra sat e asat, tra realtà e illusione (tattva-viveka); la sua intelligenza (buddhi) si illumina e non lascia filtrare nella coscienza profonda ciò che la mente esteriore senza sosta propone, causa certa di inquinamento e sofferenza.

Come già affermato, così come per il corpo, esiste un cibo anche per la mente ed entrambi vanno scelti con cura. Per il corpo sono da evitare gli alimenti conservati poiché hanno esaurito o fortemente ridotto il loro contenuto pranico, vitale, e ancor più quelli che trasformati in cibo con atti di violenza; si dovrebbe egualmente evitare di mangiare con ingordigia, con avidità, in quantità eccessive o in orari poco adatti poiché gli effetti del cibo su corpo e psiche dipendono in buona parte dal modo e dallo stato mentale con cui esso viene assunto.

E' parimenti importante nutrire la mente di pensieri, desideri ed emozioni in armonia con l'ordine cosmico e divino (ritam, dharma), tenendo accuratamente a distanza quei contenuti psichici che inquinano sia la mente superficiale che quella profonda. Questi oggetti psichici contaminati e contaminanti lasciano nell'inconscio delle tracce, delle impressioni profonde, 'solchi' (samskara) e tendenze (vasana), che in seguito determineranno i cosiddetti automatismi mentali.

Attraverso la ricerca costante di purezza, di situazioni, compagnie, visioni e suoni sattvici, l'individuo si libera gradualmente dei fardelli karmici più pesanti, riacquistando visione spirituale e fede nella Realtà superiore, favorendo con ciò il benessere e la crescita propri ed altrui.

Va sottolineato infatti che ogni squilibrio psichico, come la depressione ed altre malattie mentali, dalle più lievi nevrosi alle più gravi psicosi, per quanto apparentemente legato a situazioni esteriori e non dipendenti dal soggetto che ne soffre, secondo i Veda ed anche secondo la mia esperienza, trova invece le sue profonde radici in un utilizzo scorretto dell'intelligenza, in una volontaria o involontaria infrazione al dharma, all'ordine cosmico che tutto sostiene e che costituisce il fondamento di ogni equilibrio.



Quando la persona anziché muoversi in armonia con il dharma, lo infrange, il suo apparato psichico è il primo a risultarne danneggiato, più o meno gravemente a seconda dell'errore commesso.

In ultima analisi quindi, le malattie sono causate dalla distorta percezione di sé, che costringe corpo e mente a comportamenti dannosi ed artificiali. Quando si riprende consapevolezza della nostra natura spirituale e non ci si identifica più con il corpo e con la mente, quando il soggetto si riappropria dei suoi preziosi strumenti senza venirne più condizionato e dominato, è allora che si impara ad utilizzarli nel modo corretto. Così facendo è anche possibile riguadagnare la salute psicofisica.

La guida di una persona illuminata che educhi alla discriminazione (viveka) tra ciò che è reale e ciò che non lo è, aiutando l'individuo a ristabilirsi nella mente profonda perché acceda alla visione spirituale e alla consapevolezza della sua vera natura, è indispensabile per potersi guardare dentro, diventare consapevoli dei propri comportamenti e delle loro conseguenze ed uscire dai propri condizionamenti mentali. Nella tradizione vedica tale persona è il Guru, il Maestro spirituale, grazie al quale è possibile cambiare le proprie abitudini ed invertire la rotta esistenziale.

Il Guru è dunque per il discepolo molto più di uno psicologo, in quanto non indica solamente come sanare gli squilibri della psiche per riportarla ad un cosiddetto livello di 'normalità' ma insegna anche a come trascenderla, a come andare oltre questo strumento costituito di prakriti che, per quanto correttamente funzionante, rimane pur sempre limitato ed incapace di cogliere ciò che è oltre la materia: il mondo dello Spirito.

Esistono infatti, fortunatamente, anche comportamenti che esercitano un'influenza assai benefica sul nostro complesso psico-fisico, e che il guru rafforza con i suoi insegnamenti e soprattutto con il proprio esempio. Lo sviluppo della consapevolezza di sé attraverso la devozione a Dio e al Maestro spirituale, seguendo alcune regole comportamentali come la compassione, la non violenza, la continenza sessuale, sono un rimedio efficacissimo contro tutta una serie di disturbi psicofisici. In generale, strutturare la propria vita secondo abitudini sane e regolate, come andare a riposare presto, alzarsi di buon mattino e meditare sui Nomi Divini, mangiare cibo fresco, fare le cose giuste ad orari regolari, curare la pulizia del corpo e della mente, aiuta a prevenire e a curare numerose malattie.

Enorme è il beneficio apportato dallo sviluppo della devozione a Dio, perché induce a pensare in maniera positiva, intrattenendo sentimenti di empatia, amicizia e solidarietà verso tutte le creature, non soltanto quelle umane, ed evitando pulsioni distruttive come la collera, la concupiscenza, l'avidità, l'invidia o il rancore.

La positività non va certo scambiata col sentimentalismo di stampo fatalistico. Non si deve essere astrattamente positivi, bensì impegnarsi, agire concretamente secondo un progetto ben strutturato in vista di un progresso spirituale, altrimenti sarà solo una farsa di breve durata. Pensare positivamente significa vedere i problemi ed elaborare prontamente le soluzioni secondo regole dharmya.




Le lamentele sono sintomo di scarsa intelligenza e di scarsa visione: privano di energia, spossano, deprimono ed impediscono di reagire, di studiare il problema in tutte le sue componenti, di analizzarlo alla luce del ragionamento (vitarka) e della conoscenza (jnana), in modo da poterlo affrontare e risolvere. In caso di bisogno, quando, dopo aver tentato, da soli non riusciamo a trovare una soluzione ai nostri problemi cruciali, i Veda consigliano di rivolgersi al guru o ad altre persone sagge, per consigli. Ma beninteso, la responsabilità delle decisioni non è delegabile in alcun modo.

Riuscire a sviluppare una mentalità positiva non è scontato né gratuito. Occorre predisporsi al meglio e coltivare quelle abitudini che favoriscono il perfetto controllo e la corretta gestione del complesso psico-fisico. Quel che c'è da fare è aggiustare i gusti, a tutti i livelli.

E' indispensabile, ad esempio, nutrirsi di un cibo sattvico: alimenti vegetariani, che provocano la minor sofferenza possibile ad altri esseri viventi, ingredienti semplici, freschi, puliti, cucinati ed offerti a Dio con gratitudine e amore. Il cibo sattvico influenza il corpo e la mente in maniera sattvica. Il cibo tamasico o rajasico scarica invece sulla struttura psicofisica tutta una serie di vritti anch'esse tamasiche o rajasiche, di ostacolo allo sviluppo di una mentalità positiva.

La qualità dei nostri pensieri è quindi conseguenza del nostro comportamento: il cibo, le compagnie, l'ambiente sociale, le azioni, determinano i contenuti mentali e questi, a loro volta, determinano l'agire, influendo notevolmente sulla salute psico-fisica della persona, sul suo carattere e sul suo destino. Attraverso il sistema nervoso gli stati emotivi e psichici vengono infatti trasmessi alle cellule dell'organismo.

La salute quindi non può essere ristabilita soltanto attraverso accorgimenti di tipo chimico-farmaceutico. La stanchezza, la mancanza di memoria, l'impotenza, ad esempio, spesso non sono causati da disfunzioni organiche ma piuttosto da potenti automatismi mentali.

Naturalmente anche attraverso la chimica è possibile trasformare gli stati psicofisici, sia in positivo che in negativo; basti pensare a certi farmaci che riducono l'azione rajasica sedando nell'individuo quelle sovra eccitazioni che potrebbero danneggiare lui stesso e gli altri, oppure ai tremori e alla perdita di memoria provocati dall'assunzione di alcool o agli effetti devastanti dell'acido lisergico (LSD).

Simili droghe fanno straripare il fiume magmatico dell'inconscio sul piano cosciente, in un momento in cui il soggetto non è in grado di gestirlo sottoponendolo alla luce discriminante dell'intelligenza, ad una coscienza sufficientemente lucida; i danni è facile immaginarli.

L'influenza psichica riveste un ruolo decisivo nella gestione di tutto il corpo fisico. Il sistema nervoso funziona come quadro di comando per tutte le funzioni del complesso psico-fisico.

Gli oltre cinquanta trilioni di cellule del nostro corpo vengono in ogni momento informate e regolate dal sistema nervoso il quale determina, direttamente o indirettamente, tutte le funzioni, dagli scambi elettrochimici delle sinapsi tra neuroni, alle importanti decisioni cruciali della vita: se un individuo comincia a coltivare pensieri positivi, elevati, le cellule neuronali ricevono questi stimoli positivi e inviano 'cellule messaggere' in tutto il corpo, aumentando il numero e la qualità delle loro prestazioni, inoltre, gruppi di cellule precedentemente inattive possono rientrare egregiamente in funzione. Le 'cellule soldato', quelle che individuano gli elementi nocivi presenti nel corpo ed intervengono per combatterli, si rafforzano se sostenute da una mentalità positiva generata da una consapevolezza profonda.

La psiche infatti non è localizzata in un solo punto, nel cervello: ogni cellula, ogni organo, ha la propria intelligenza, grazie alla quale esplica le proprie funzioni in quella che negli antichi testi vedici viene definita la città dalle nove porte, ovvero il corpo: un universo animato regolato con perfezione da sottilissimi equilibri, del tutto simile al più grande universo cosmico. Secondo i Veda, come il microcosmo del corpo umano ha la sua controparte nel macrocosmo universo, così la psiche umana ce l'ha nella psiche cosmica e l'anima umana nell'anima cosmica.

I Veda e in particolare le Upanishad, rimandano continuamente al rapporto tra micro e macrocosmo per far comprendere l'unitarietà che collega tutti gli esseri tra loro, con il creato e con il Creatore, Dio.

Quando invece i contenuti psichici sono negativi si esplicitano in collera, concupiscenza, odio, malumore, invidia, delusione, depressione, e le cellule soldato ricevono dalle messaggere cattive e scoraggianti notizie, per cui si confondono, si indeboliscono e vengono facilmente sconfitte dagli agenti patogeni esterni, dagli 'invasori', lasciando libero corso alla malattia.

Tutto ciò avviene attraverso canali esterni all'io cosciente. Anche se pensiamo che certe impressioni, emozioni e pensieri siano diretti ad altri, a quelli che magari consideriamo i nostri rivali, in realtà essi si volgono prima di tutto contro noi stessi, compromettendo gravemente le nostre funzioni psicofisiche.


Se un individuo è sotto l'effetto di tamoguna, che corrisponde all'indolenza psichica, al tramortimento della coscienza, o se è in preda a eccitazione provocata da sentimenti rajasici come il desiderio, l'ira o il rancore, le sue cellule e i suoi organi non possono che risentirne, talvolta in maniera devastante.

Come il corpo produce varie sostanze di scarto, così il rifiuto fisiologico della psiche è costituito da pensieri negativi, ottenebrati che, in un corpo sano, devono venire espulsi. A differenza però dei rifiuti organici, le tossine mentali possono venire neutralizzate non con la rimozione, bensì riorganizzando l'ambiente e in primo luogo selezionando le impressioni, le compagnie, il cibo, il comportamento; in altri termini curando, sanando, sublimando l'individuo su tutti i piani antropologici.

Per poterlo fare è indispensabile individuare in profondità le cause che hanno prodotto quei pensieri e l'opera da compiere ricorda in qualche modo quella dell'archeologo impegnato a riportare in superficie oggetti che giacciono sul fondo. In questo caso si tratta di oggetti di natura psichica che ristagnano nei meandri oscuri dell'inconscio dove, per le cause suddette, si origina tutta una serie di complessi e di disturbi della personalità.

Il ricercatore spirituale che opera attraverso la bhakti vive una trasfigurazione antropologica che potenzia tutte le sue qualità e caratteristiche individuali, depotenziando contestualmente gli interessi egoico-mondani e le pulsioni distruttive inconsce.

La bhakti guarisce la mentalità turbolenta ed unilateralmente rivolta all'esterno, in quanto consente di sganciare la mente dalla dittatura dei sensi e i sensi dagli attaccamenti verso i loro oggetti (vishaya) nel mondo esteriore, permettendo così di intraprendere il viaggio verso l'interiorità e di riscoprire che la beatitudine e l'immortalità non si trovano fuori ma dentro, nella consapevolezza del sé, in quella dimensione spirituale ben descritta nella Bhagavad-gita, nelle Upanishad e in altri testi vedici.

La bhakti è l'insegnamento conclusivo delle Sacre Scritture vedico-vaishnava. In quanto religione dell'amore essa troneggia sulle contrastanti forze titaniche della natura e le armonizza, permettendo di conseguire con prodigiosa naturalezza la coniunctio oppositorum che in occidente fu tanto ricercata anche dagli alchimisti. Per questo viene considerata la via maestra per giungere allo stato di nirdvandva, la libertà dai condizionamenti degli opposti.

Chi è sempre incline a pensieri negativi e non riesce a vedere la soluzione ai propri problemi va considerato malato a tutti gli effetti, esattamente come chi soffre di fegato o di cuore, e quindi va trattato con compassione. I problemi più gravi sono costituiti dai blocchi affettivi e dall'incapacità di esprimere le emozioni. Tra coloro che non riescono ad aprirsi, a parlare delle proprie difficoltà, tra i più gravi notiamo gli autistici.

Anche l'atteggiamento opposto: la logorrea e l'autoesaltazione, è però anch'esso sintomo di grave malessere psichico. Nevrotici e psicotici sono veri e propri divoratori di energie, proprie ed altrui perciò, nonostante abbiano un ruolo sociale, finiscono spesso per venire evitati da tutti sul piano umano e vivono in un deserto affettivo.

La compagnia di persone sobrie, equilibrate, mature, spiritualmente elevate, in grado di dispensare affetto e conoscenza, risulta la migliore cura per loro, e più in genere, per qualsiasi disturbo della personalità.

Per una riarmonizzazione dei vari strati della personalità, gli antichi testi ayurvedici consigliano terapie particolari, non costose, ecologiche e soprattutto molto efficaci. In primo luogo sottolineano l'importanza di condurre una vita onesta (arjavam), nel senso più ampio del termine, rispettosa delle leggi di Dio e degli uomini; è fondamentale inoltre che ognuno crei nella propria dimora uno spazio dedicato al sacro, una stanza con immagini della Divinità e del Guru dove poter attuare pratiche che permettono di rigenerarsi, di ricaricarsi di energie positive, di riarmonizzarsi continuamente con l'ordine che sostiene l'intero universo.

Queste pratiche immensamente benefiche, sperimentate con successo per millenni, possono essere raggruppate in quattro categorie principali: arcanam, ovvero l'adorazione del Divino in una forma particolare detta Murti, japa o samkirtana, l'invocazione e la meditazione individuale o collettiva sui Nomi divini, svadhyaya, lo studio dei testi sacri attraverso cui approfondire l'introspezione e satsanga, la compagnia di persone profondamente religiose.

Gradualmente, assieme ad un retto comportamento, le suddette pratiche sgombrano il campo psichico da ogni infiltrazione negativa, consentendo un completo ripristino delle facoltà mentali ed intellettuali, e in generale della salute dell'individuo su tutti i piani.

Il saggio non si lascia coinvolgere in pensieri negativi,neanche in situazioni comunemente considerate drammatiche; ci riesce grazie ad una devozione ininterrotta che lo connette stabilmente al Supremo. Per ottenere il controllo emotivo di fronte agli eventi è essenziale lo sviluppo di due qualità fondamentali: abhyasa, la pratica spirituale costante, e vairagya, il distacco emotivo dal fenomenico.

Ciò ovviamente non significa diventare emotivamente insensibili, simili a pietre, ma non lasciarsi più suggestionare dai fenomeni esterni, rimanendo continuamente collegati alla sfera della Realtà. Significa passare dal sentimentalismo al vero sentimento. Questo livello di coscienza non è facile da raggiungere, è tuttavia possibile attraverso la devozione a Dio; sono indispensabili onestà, tempo e impegno.

Proprio come uno scienziato, il sadhaka può sperimentare su sé stesso, nel laboratorio della vita quotidiana, quanto sia diversa l'influenza esercitata da uno stato mentale piuttosto che da un altro. Secondo i Veda, occorre però che un Maestro realizzato nella scienza del Sé lo guidi nei suoi 'esperimenti', che gli indichi quali strumenti utilizzare e quali metodologie applicare, altrimenti le prove risulteranno inconcludenti, dolorose, talvolta costellate di amare sorprese.

Occorre un Guru che sia presente con il suo esempio e i suoi insegnamenti e che orienti il discepolo verso la devozione a Dio, verso un pensiero di luce, verso la comprensione più elevata, quella di natura spirituale.

Lo studente applica la conoscenza spirituale ricevuta dal Maestro e a lui si rivolge ogni volta che incontra serie difficoltà,in modo da capire dove ha sbagliato e come potersi correggere. Affinché ciò sia possibile, Guru e discepolo devono conoscersi a fondo, devono aver sviluppato una profonda, autentica relazione personale, basata su reciproci stima, affetto, lealtà.

Ciò solitamente non può avvenire senza una iniziale frequentazione assidua infatti, nella società vedica, il discepolo viveva un consistente periodo della sua vita nella casa-scuola del Guru (Gurukula). Come ad un medico risulterebbe difficile curare un paziente vivendo a migliaia di chilometri di distanza, così il Maestro spirituale, almeno in una fase preliminare, deve stare in contatto con il discepolo, stimolarlo ad applicare la cura e somministrare di volta in volta la 'medicina' di cui più necessita.

In un secondo momento, quando la relazione spirituale è diventata solida, quando si è stabilita una forte empatia, la distanza fisica non rappresenta più un ostacolo: il discepolo ricorda e si accorda agli insegnamenti del guru; inoltre, in quello stadio, i messaggi arrivano anche per via telepatica.

Il rapporto Guru-discepolo non deve quindi essere né virtuale né rigidamente gerarchico. Il Maestro corregge lo studente per il suo bene, per autentico affetto nei suoi confronti; non opera per ottenere una qualche ricompensa; la cura che offre è totalmente gratuita, ecologica ed olistica, volta interamente allo sviluppo della personalità del discepolo secondo le sue tendenze naturali.

La salute spirituale ovvero, la consapevolezza del rapporto con Dio, genera tutte le altre: quella intellettuale, quella mentale, quella fisica, quella sociale, quella economica, illuminando ogni angolo buio della mente e sviluppando appieno la personalità.

Nei Veda la luce è sempre sinonimo di illuminazione interiore, di intuizione, di conoscenza, e la suprema sorgente di luce è Dio. La fiaccola della fede e dei pensieri elevati, fondati su sat, dovrebbe essere protetta e alimentata ogni giorno. Perché ciò sia possibile è indispensabile l'aderenza ai principi del dharma, essenziali sia per la prevenzione che per la cura delle tante malattie mentali contratte a causa di avidya, la mancanza di consapevolezza spirituale.

La salute del complesso mente-corpo non può venire altro che dalla presa di coscienza del paziente della propria natura spirituale, consapevolezza che conduce l'individuo ad un pronto recupero di armonia con sé stesso e con l'universo nel quale è inserito.

Secondo la medicina moderna, molto difficilmente si può guarire da certe gravi malattie fisiche e mentali; il modello bio-medico dominante purtroppo prende in scarsa considerazione le interattive dinamiche corpo-mente e spirito, per cui tende a minimizzarle, se non addirittura a negare l'importanza della consapevolezza spirituale nel processo di guarigione.

Da molte malattie, anche gravi, secondo l'Ayurveda si può guarire ma occorre che il paziente lavori con onestà, costanza e profondo impegno sotto la guida di un esperto terapista, sottoponendosi con fiducia ad un sadhana rigoroso, e sempre ricercando Krishna prasadam.

Così come per entrare in possesso di denaro occorre lavorare, allo stesso modo, per avere una mente sana, che produca pensieri positivi, benefici, occorre coltivare la purezza: nel pensiero, nella parola e nell'azione, giungendo a stabilire una relazione armonica con il Cosmo e a vivere nel rispetto delle leggi divine.

Il 'pensiero elevato' non fiorisce in maniera artificiale; i contenuti psichici sono autenticamente elevati quando la persona vive con coerenza i principi che governano l'universo, in armonia con essi. Quest'armonia, come una sorgente che sgorga senza sosta, è capace di rigenerare in continuazione pensieri, impressioni ed emozioni, togliendo quella polvere dell'illusione (maya) che nell'universo fenomenico tende a ricoprire ogni cosa.

La saggezza orientale insegna, qual è l'utilità di cercare la luna nel pozzo, anziché ammirarla direttamente in cielo, in tutto il suo splendore? Similmente: qual è l'utilità di andare a cercare il fascino e la gioia nel mondo, se neanche conosciamo noi stessi e non siamo collegati a Dio, Sorgente di questo fascino? Per godere stabilmente di buona salute, nessuna delle nostre attività dovrebbe prescindere dal bene degli altri, dall'armonia con l'universo, dal contatto con l'Origine del tutto.

L'autentica coscienza di Dio, la coscienza del supremo Creatore e Reggitor dei mondi, dell'infinitamente Affascinante, è garanzia di benessere in senso globale. In tale stato di coscienza tutte le cellule del corpo vengono nutrite non solo fisicamente ma anche psichicamente e spiritualmente, con pensieri nobili, puri, elevati.

I Veda spiegano che è possibile gestire il proprio corpo, l'economia, il lavoro, la vita familiare e religiosa senza sviluppare nevrosi, senza diventare depressi o eccitati, irresponsabili o quant'altro. Le richieste del complesso psicofisico non vanno negate o rimosse ma soddisfatte sublimandole, in maniera che non diventino di ostacolo alla realizzazione spirituale. In questo modo il corpo e la mente diventano strumenti estremamente preziosi, funzionali alla nostra crescita globale.

Dovremmo vivere con la consapevolezza che dal nostro attuale livello di coscienza dipenderà la nostra condizione esistenziale futura.

Lo scopo dell'esistenza è la realizzazione spirituale, il porsi nuovamente in contatto (yoga) con la Realtà, con l'origine, e con il sostegno supremo di tutto ciò che esiste: Dio. Realizzare Dio significa riscoprire anche noi stessi e la nostra ontologica natura di immortalità, conoscenza e beatitudine (sat, cit, ananda); significa trascendere l'ego illusorio ed entrare nuovamente in armonia con noi stessi, con Dio, con il creato e con le creature tutte.


articolo  - Marco Ferrini (Ph.D. Psychology)



“ prova ad essere il cambiamento che vuoi vedere nel mondo...Mahatma Gandhi...